IL JAINISMO

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Ha soltanto circa tre milioni di seguaci in India, ma è importante sia per il loro potere economico che per la diffusione e bellezza dei suoi templi e statue.

Al principi del Jainismo si ispirò l’azione politica del Mahatma Gandhi.

Fu fondato nel sesto secolo avanti Cristo da Vardharama, soprannominato poi dai suoi seguaci Mahavira (Il Grande Capo), nato all’incirca il 599 a.c. a Vaisali, nelle basse pianure del Gange.

Fu contemporaneo, dunque, e conterraneo del Buddha.

I suoi genitori, di nobile stirpe, appartenevano a una setta che considerava la nascita come un dolore e il suicidio un privilegio, per abbandonare la vita con dignità.

Così che essi, quando il loro figlio compì trent’anni, ritennero di avere assolto il loro dovere verso di lui e si lasciarono morire di fame.

Vardharama, commosso dal gesto, abbandonò gli agi della propria condizione, si spogliò e prese a vagare, cercando la verità e predicandola.

I suoi discepoli lo chiamarono Jina ( Il Conquistatore), da cui il loro nome di Jainisti.

Vardharama riconobbe una serie di Tirthankara (pontefici) che lo avevano preceduto nella ricerca della verità, dichiarandosi il ventiquattresimo di essi.

Lasciò detto che la giusta fede, giusta conoscenza, giusta condotta, castità, guidano il viandante sul sentiero della saggezza.

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I Jainisti ritengono che solo acquistando la completa purezza dell’anima ci si possa guadagnare la liberazione.

Purezza significa spogliarsi di tutti i karma, materia generata dalle azioni individuali, che si lega all’anima.

La verità è relativa, poiché viene sempre considerata da un solo punto di vista.

Seguendo varie pratiche di austerità (digiuno, meditazione, il ritiro in luoghi solitari), l’individuo può liberarsi dal Karma, liberando così l’anima.

E’ essenziale una condotta retta, che può essere realmente realizzata solo da monaci, in opposizione alla condizione di laicità.

Le discipline religiose del laico sono meno severe di quelle per i monaci.

Fondamentale per il giusto comportamento è l’ahimsa (non violenza) nei pensieri e nelle azioni.

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Il Jainismo si organizzò, pertanto, monasticamente, rifiutando l’esistenza degli dei e popolando il cielo di santi, ossia di uomini che erano giunti alla divinità non uccidendo essere vivente di sorta, non mentendo, conservandosi casti, rinunciando alle cose terrene e alla fine, quale massima vittoria dello spirito sulla materia, morendo dopo un lungo digiuno.

Vi soni due sette principali di Jainisti: i Jinakalpins (seguaci della setta Svetanibara), vanno in giro nudi e usano i palmi delle mani come ciotole per chiedere l’elemosina.

Lievemente meno ascetici gli Sthavirakalpins, che mantengono un minimo di proprietà private tra cui una scopa, con cui spazzano il cammino davanti a loro, per evitare di calpestare qualsiasi essere vivente, ed un pezzo di stoffa posto davanti alla bocca allo scopo di evitare di inalare insetti.

TEMPLI

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Dall’esterno i templi Jain somigliano a quelli hindu, ma all’interno, essi sono un intrico di sculture ornamentali, completamente l’opposto dell’austerità ascetica.

Ciò si spiega in parte con la convinzione jainista che la bellezza è collocata all’interno.

La maggior parte dei templi jainisti è allineata secondo l’asse Est-Ovest

 

Norme per i visitatori: Vanno rimosse scarpe, copricapo e qualsiasi oggetto in pelle (per esempio cinture), coperte gambe e spalle.

Non fotografare senza permesso (all’ingresso di molti templi jainisti, per esempio quelli di Mount Abu, in Rajasthan, va consegnata la macchina fotografica)

 

BIBLIOGRAFIA

Il Giainismo, in INDIA, di Gabriele Mandel, Tuttilmondo Editore

 

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