I L   B U D D HI S M O

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Il buddhismo, meno che una religione, più che una filosofia, nasce come metodo di vita per la comprensione razionale dell’Essere, la realtà dell’esistere, la cessazione di ogni sofferenza terrena.

Gran parte del buddhismo si organizzò poi, però, in forma religiosa e, a contatto con le varie credenze, i rituali, le pratiche anche magiche dai paesi in cui venne diffuso, si alterò considerevolmente, reintegrando una o molte divinità, reinserendo il concetto dell’anima, dei premi, dei castighi, del paradiso e  dell’inferno; adattandosi quindi sia all’alto ideale dello Zen mistico e intellettuale, sia all’esoterismo magico popolare del tantrismo tibetano, sia mantenendo nel Piccolo Veicolo la dottrina ingenuamente superficiale delle prime confraternite di monaci.

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Nasik - Maharastra

A Kapilavastu, nel parco di Lumini (oggi Rummindei), nel mese di vaishakha (aprile-maggio) del 558 a.C., nacque il principe Siddharta, figlio del re Suddhodana e della sua prima moglie Maha-Maya.
Era della dinastia Gothamide, per cui ebbe come “cognome”, Gauthama; fu poi detto anche Shakyamuni (muni , asceta, della stirpe Shakya), Bhabava (colui che possiede la felicità, il beato) Tathagata (colui che è giunto, il perfetto), Jina (il vincitore) e soprattutto Buddha (colui che si è risvegliato, l’illuminato)….
La notte del ventinovesimo compleanno, dopo  aver chiesto al padre il permesso di rifugiarsi presso i Maestri del Samkhya (la via ascetica che, ammettendo l’esistenza di innumerevoli anime immateriali, offriva “la salvezza dalla prigione delle nascite) accarezzò la moglie senza svegliarla, baciò il figlio che dormiva, sellò il cavallo Kanthaka e si fece accompagnare dal fedele Channa ai limiti della foresta.
Siddharta scese di sella, si tagliò con la spada i lunghi capelli, si spogliò delle vesti e dei monili d’oro e li consegnò al fido cocchiere, che rinviò alla reggia.
Si incamminò poi verso sud, assetato di pace e ascesi, diventando un bodhisattva, uno sulla via dell’illuminazione: un buddha in potenza.
Raggiunse finalmente il nirvana (lo stato della piena consapevolezza) a 35 anni.
Durante la prima notte passò in rassegna le sue precedenti reincarnazioni, le relative cause, le conseguenti sofferenze.

Giunse a toccare  i vari livelli dell’esistenza materiale, le molteplici realizzazioni dell’io e, di grado in grado, giunse infine alla comprensione suprema dell’essere e della sua realtà.

Nella seconda notte ripercorse quella sua “ultima” vita terrena, e gli insegnamenti che le molteplici esperienze gli avevano dato.

Trasse dal proprio conscio l’esperienza del piacere, del dolore, della macerazione mistica; della sofferenza del  mondo e di quanto la religione gli aveva rivelato.

La vita terrena è solo apparenza, è come il riflesso della luna che balugina nelle acque immote di un laghetto, ma la luna, in effetti, brilla alta nel cielo.

A sua volta la luce che pare emanare da un satellite è in realtà un riflesso di quello solare, pur se il sole, nella notte, è invisibile.

Così nel lago del cuore umano  si agita un riflesso (l’atman) dell’anima universale (il brahman).

Morto l’uomo, l’immagine torna alla sua origine e si riflette poi in un altro essere, in un continuo ripetersi, come una sorta di “condanna alla vita”.

Dopo questo  “compimento del sentire” e  “compimento del pensare”, una pace immota e senza limiti pervase la terza veglia di Siddharta.

Egli capì allora che il conscio è il risultato di imposizioni, di preconcetti, di nozioni illusorie, apprese dalla nascita in poi, che costituiscono attorno al vero “io” una struttura fittizia che ne modifica l’esistenza.

Aveva raggiunto l’illuminazione, era diventato il Buddha.

Trascorse ancora quattro settimane scrutando il cosmo con il proprio pensiero, senza alzarsi mai dal suo giaciglio.

Sulla via di Varanasi, a Sarnath, nel Parco delle Gazzelle incontrò i cinque compagni che l’avevano precedentemente abbandonato e disse loro:”Io sono il Tathagata, colui che “è venuto” per insegnare a voi per primi la Legge”; ed essi si disposero ad ascoltarlo.

Durante la prima notte di veglia egli tacque; durante la seconda notte parlò delle sue passate esperienze; la terza notte, sotto la luna piena di luglio, pronuncò il suo primo sermone, il sermone che  ise in moto la ruota del Dharma, cioè della Legge.

“Ecco la verità sul dolore: nascere è dolore, la vecchiaia è dolore, così come lo sono la  morte, l’unione con ciò che non si ama, l’impossibilità di ottenere ciò che si desidera…. Ecco la verità santa sull’origine del dolore: il desiderio, la non-padronanza, l’ignoranza….Ecco la verità santa sulla soppressione del dolore: desistere dal peccato, conseguire la virtù, purificare il cuore…….Dal piacere viene il dolore, dal piacere viene la paura: colui che è libero dal piacere non conosce né dolore, né paura.

Dall’affetto viene il dolore, dall’affetto viene la paura: colui che è libero dall’affetto non conosce né dolore, né paura.

Dalla bramosia viene il dolore, dalla bramosia viene la paura: colui che si è liberato dalla bramosia non conosce né dolore, né paura.

Dal desiderio viene il dolore, dal dolore viene la paura: colui che è libero dal desiderio non conosce né dolore, né paura.

Dall’ingordigia  viene il dolore, dall’ingordigia viene la paura: colui che è libero dall’ingordigia non conosce né dolore, né paura……

Il dolore viene dal desiderio. L’uomo si attacca perdutamente a delle ombre; s’ingolosisce di sogni; pone al centro di tutto un falso io e l’attornia di un mondo immaginario.

Quando la sua anima lo abbandonerà, partirà satura di bevande avvelenate. Rinascerà allora, col desiderio di bere nuovamente.”

Un giorno del 478 a.c. Gautama, la cui salute declinava sempre più, chiamò il fedele Ananda e gli disse:”Oggi sono giunto alla tarda età di ottant’anni; il mio corpo è come un carro vecchio e sconquassato.

Non dissi fin dal principio della mia predicazione che nulla, sulla terra, resiste alla rovina e alla morte?

Nel più alto dei cieli eterei, in cui si vive una vita di molti milioni di secoli, anche lassù quell’esistenza ha termine.

Per questo ho rivelato la conoscenza che distrugge le radici della vita e della morte.

Questa conoscenza, dopo il mio nirvana, non morirà con me, ma continuerà  perenne nel pensiero e nella pratica del retto operare e del retto intendere.

Questo è l’insegnamento supremo.”

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Inviò quindi messi a tutti i monasteri, convocando i monaci a Kushinagara di lì a tre mesi, poi si mise anch’egli in cammino per quel luogo.

Giunto al Bosco degli alberi sala, vicino a Kushinagar, (Kasia, distretto di Gorakhpur), parlò a lungo ai monaci illuminandoli sulla Dottrina e sull’Ordine, ed esortandoli al bene e alla costante ricerca della verità.

Disse infine, rivolto a tutti: “ Deperire e morire è inerente a tutte le cose composite. Dedicatevi senza sosta alla vostra salvezza”.

Alla morte del Buddha i seguaci venerarono tre tipi di “rammemoranti” (caitya) che  potevano ricordare loro la venerabile figura dell’Illuminato: le reliquie del suo corpo, i luoghi in cui aveva vissuto, gli oggetti a lui appartenenti o a lui allusivi.

Reliquie e oggetti vennero per solito posti in quello che è forse il monumento più rappresentativo della religiosità buddista, lo stupa: una sorta di tumulo destinato in origine a contenere solo le reliquie dell’Illuminato, e in seguito edificato anche per contenere reliquie di grandi maestri o come promemoria allusivo sulle base di varie intenzioni simbologiche.

Tra i più antichi monumenti buddhisti del genere, rimane ancora oggi il Grande Stupa di Sancli, fatto erigere dal re di Malva a metà del II secolo a.C.

Comprende un corpo a cupola di mattoni, raffigurante l’acqua, sopra il quale poggia  un’arca quadrata, la harmika, che contiene le offerte dei fedeli e rappresenta la terra.

Sopra questa alcuni gradini, simbolo del fuoco, portano a una guglia sormontata da tre ombrelli onorari, i chattra simbolo del vento (l’ombrello era simbolo di regalità), sormontati infine dal simbolo-gemello che unisce sole e luna.

Il tutto venne recintato in un secondo tempo da un’alta balaustra aperta da portali (torna) e riccamente ornata con bassorilievi.

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Regole per i visitatori: Togliere scarpe e cappello (oppure aprire l’ombrello) prima di entrare nel recinto dello stupa.

Vanno anche coperte le gambe e le spalle.

Bisogna sempre girare intorno allo stupa in direzione oraria e mai volgere le spalle all’immagine del Buddha.

 

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Fondata nel 5° secolo a.C., Nalanda, è stata una delle più grandi università del mondo e un importante centro buddista fino al suo saccheggio da parte degli afgani nel 12° secolo.Al culmine del suo splendore, nel 7°- 8° secolo dopo Cristo, vi risiedevano 1000 tra monaci e studenti.

* * *

Circa sei milioni di fedeli praticano il  Buddismo in India, meno di qualsiasi ramo della Cristianità o del Sikhismo.Gli insegnamenti del Buddha furono orali, trascritti, però, dai suoi discepoli.Critico verso il sistema delle caste, la dipendenza dei sacerdoti Brahminici ed il culto acritico degli dei, Buddha spinse i suoi discepoli a cercare la verità all’interno delle loro proprie esperienze.

Buddha insegnò che la via è basata su Quattro Nobili Verità:

la vita è radicata nella sofferenza (dukkha);
la sofferenza è causata dall’attaccamento (tanka) alle cose terrene;
ci si può liberare dalla sofferenza eliminando l’attaccamento; ed il modo per eliminare l’attaccamento è quello di seguire  il Nobile Sentiero delle otto strade:

giusto comprendere,
retta intenzione,
retto parlare,
retta azione,
retta vita,
retto sforzo,
retta consapevolezza,
retta concentrazione

Attenendosi con successo a queste cose, si può raggiungere il Nirvana.

Il Buddismo è virtualmente scomparso dalla maggior parte dell’India con l’inizio del XX secolo; tuttavia ha manifestato una certa ripresa tra gli intellettuali disillusi dall’induismo e, più tardi, ha ricevuto un ulteriore slancio sotto l’influsso dei rifugiati tibetani, a partire dagli anni ’50 e l’inclusione (nel 1975) del Sikkin all’interno dell’India.

Il Buddismo nel Ladakh segue tradizioni simili a quelle tibetane. Nei secoli dopo la morte del Buddha, il Buddismo si è spezzato in due rami.

* Theravada   Questa Via  sottolinea l’importanza dell’austerità e della vita monastica; la gente ordinaria è pertanto esclusa dai mezzi della salvezza (per  questo  è detta  il “Piccolo Veicolo” perché offre i mezzi della salvezza solo a pochi).

* Mahayana     Questa Via vede Buddha semplicemente come una delle molte manifestazioni della divinità e sottolinea il ruolo compassionevole del Buddha come Maestro.

L’ideale della tradizione Mahayana è il Bodhisattva che sacrifica la propria illuminazione per aiutare gli altri a raggiungere la salvezza.

La gente ordinaria non è esclusa, ma lo sono le donne. Esse debbono cercare una reincarnazione maschile prima di poter raggiungere l’illuminazione.

Il 18 ottobre di ogni anno la città di Najpur (Maharastra) ospita migliaia di Buddisti che festeggiano l’anniversario della conversione al Buddismo del Dr. Ambedkar nel 1956.

Il Dr. Ambedkar, un hindu di bassa casta, fu una figura importante durante la lotta per l’indipendenza e leader delle caste basse oltre che Ministro della Giustizia.

Circa tre milioni di hindu di bassa casta lo seguirono nella conversione al Buddismo.

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BIBLIOGRAFIA

Mandel G.,  Buddha, l’illuminato, Milano,  Mondadori, 2000

Botto O., Buddha e il Buddismo, Milano, Mondatori 1984

India, Melbourne, Lonely Planet, 1999.

Asvaghosa, Le gesta del Buddha, Milano, Bompiani, 1985

Quilici F., India,  Milano, Oscar Mondadori, 2003