TEMPIO DI DAKSHINESVAR

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Costruito in onore di Kali, sulla riva sinistra dell’Hooghly, da una ricca borghese di Calcutta, di nome Rani Rasmani verso la metà del XIX secolo. Qui visse e predicò Ramakrishna, uno dei più grandi santi e filosofi della nostra epoca, la cui vita venne rievocata in Europa da Romain  Rolland e il cui vangelo fu diffuso nel mondo dal suo discepolo più prossimo, Vivekananda.


RAMAKRISHNA  GADADHARA CHATTOPADHYAYA nacque nel 1836 a Kamarpur, un sobborgo di Calcutta da una famiglia di bramini ortodossi. All’età di sei anni cadde in estasi in un campo, contemplando le nuvole e da allora trascorse gran parte della vita in quella condizione.
Divenne un adoratore così fervente della dea Kalì, da venir chiamato Pujari, cioè bramino officiante del tempio. Venne sposato con una bambina di sei anni , Sharada Devi con la quale non consumò mai il matrimonio. Poiché la sua intensa devozione non gli permetteva di occuparsi di compiti materiali gli venne affiancato un altro Pujari, affinché potesse più facilmente perseguire il suo Sadhana (disciplina spirituale) personale. All’età di venti anni incontrò una santa donna, Bhairavi Brahamani, seguace del tantrismo che riconobbe in lui un avatar della divinità e gli insegnò diversi sadhana, e ne fece la propria madre spirituale.
Qualche tempo dopo, nel 1864, incontrò un asceta nudo di nome Totapuri che predicava la dottrina del  Vedanta di Shankarakharya.
Ramakrishna comprese allora l’unità di tutte le cose ed entrò in una profonda meditazione che lo condusse al Samadhi, l’estasi totale in unione con la divinità.
Praticò direttamente tutti i diversi sentieri dell’Induismo, dell’Islam e del Cristianesimo, realizzando che alla fine conducono tutti allo stesso Essere. Sostenne l’armonia di tutte le religioni e insegnò che Dio può essere visto, e che l’essenza della religione è la realizzazione di Dio.
La sua fama di sant’uomo cresceva continuamente e folle di pellegrini si recavano a Dakshineshvar per avere una visione (darshana) del Santo e ascoltare il suo insegnamento. Tra di loro si trovava un giovane, Narendranath Datta, che divenne quasi subito il suo discepolo più fedele, più noto con il nome di Vivekananda, (Beatitudine del discernimento).
Ramakrishna, che parlava solo il bengali e non aveva scritto nulla, prima di morire, nel 1886, lo incaricò di diffondere la sua parola nel mondo, al fine di creare una nuova religione induista più adatta al mondo moderno, basata sugli insegnamenti del Vedanta e sulla pratica della bhakti o adorazione della divinità. Si racconta che, sul punto di render l’anima, Ramakrishna gridò per tre volte il nome di Kali immergendosi così in un’estasi che non doveva più aver fine. Il popolo gli attribuì allora il titolo di Paramahamsa, “cigno supremo”.
La religiosità coltivata da Ramakrishna, coerentemente col misticismo shakta, considerava privi d’importanza i dogmi delle varie religioni e mirava alla realizzazione del rapporto diretto con Dio. Il fondamentale quietismo e l’indifferenza nei confronti delle distinzioni religiose alla base  del messaggio di Ramakrishna, diedero adito, secondo la diffusione di Vivekananda, a una tradizione militante che sosteneva la fondamentale superiorità dell’induismo sulle altre religioni. Alla base della predicazione di Vivekananda erano “i nobili pensieri dei Veda sull’eternità della creazione e dell’anima e sull’esistenza di Dio nella nostra stessa anima”.
Il riferimento ai Veda non portava però Vivekananda a cancellare di per sé tutta la successiva tradizione filosofica indù. Vivekananda ad esempio non rifiutò le caste riaffermando l’utilità sociale, senza che peraltro l’appartenenza castale giustificasse qualsiasi posizione di privilegio.
Il pensiero di Ramakrishna,  ritrasmesso da Vivekananda all’India e all’Occidente soprattutto nel Parlamento delle religioni di Chicago, nel 1893, influenzò numerosi pensatori europei e indiani. Nel 1897 Vivekananda fondò un ordine missionario, il Ramakrishna Matha, avente come fine  quello di permettere la diffusione delle nuove dottrine, che cercavano di essere profondamente sincretiche. “ non scordate mai la gloria della natura umana , disse nel 1895, all’epoca del suo viaggio in America. “ noi siamo il Dio più grande…..I cristiani ed i Buddha sono solo onde sull’oceano senza limiti che io sono”.
Fedele al pensiero e all’azione di Kamakrishna, Vivekananda, nato nel 1862, predicava l’uso dei quattro grandi yoga ( il kharma, il Bhakti ,il Raja, e lo Jnana-yoga) per giungere all’unione con la divinità e condurre una vita migliore. Riservava un ruolo particolare al pietismo del Bhakti -yoga, ma non raccomandava all’adorazione dei fedeli nessuna divinità particolare, essendo ognuno libero di scegliere la forma più gradita. Egli voleva anche sottomettere la fede al fuoco della ragione per renderla più logica e più assimilabile da tutti: “ con che diritto - esclama nella sua opera - rifiuteremmo di far uso del maggior dono di Dio? Non è forse una formidabile bestemmia quella di credere contro la ragione ? nessuna teoria ha mai reso gli uomini più elevati. L’unica forza che conti è la realizzazione personale, ed essa risiede in noi, proviene dal pensare. Che gli uomini pensino! La gloria dell’uomo sta nel pensiero. Io credo nella ragione, e sono la mia ragione perché ho visto a sufficienza i mali dell’autorità, essendo nato in un paese in cui essa è stata spinta all’estremo.”
Per lui ogni conoscenza è una parte della religione. “ la religione tratta delle verità del mondo metafisico, come la chimica e le scienze naturali trattano delle verità del mondo fisico. La spiegazione delle cose risiede nella loro propria natura, e non c’è bisogno di nessuna esistenza o causa esteriore per spiegare quel che accade nell’universo.
Nelle sue opere egli canta il distacco, l’azione senza desiderio, la contemplazione dell’Assoluto.
Vivekananda, facendosi apostolo di Ramakrishna non smise mai di diffondere la parola del suo maestro e i suoi segnali divennero ogni anno più numerosi. Diabetico, asmatico e cardiopatico, Vivekananda morì nel 1902. Il tempio di Belur, presso Calcutta, non lontano da Dakshineshvar, vede l’afflusso di discepoli e pellegrini da ogni parte dell’India e del mondo, venuti a venerare la memoria di colui che indicò loro la vera via, quella della comprensione della natura insieme umana e divina, del servizio agli altri e dell’azione distaccata dal desiderio di ricompensa, nell’adorazione   costante della divinità,qualsiasi nome si voglia darle.
Numerosi pensatori indiani si ispirarono alla filosofia di Ramakrishna e agli insegnamenti di Vivekamanda per creare movimenti religiosi o sociali destinati a promuovere un nuovo spirito indiano e a permettere all’India di progredire spiritualmente e materialmente.
Rabindranath. Tagore, il grande poeta bengalese premio Nobel, fu molto influenzato dal pensiero di Ramakrishna; egli cantò la natura e mostrò che la Divinità, in fin dei conti, è la più grande amica dell’uomo, a condizione però che egli la riconosca come tale.

BIBLIOGRAFIA

· Louis Frédéric.
L’India mistica e leggendaria. Neri Pozza, Vicenza, 1998.

· Romain Rolland.
La vita di Ramakrishna. Milano, 1992.

· Michelguglielmo Torri.
Storia dell’India. Laterza, Bari, 2000.

· Swami Nikhilananda.
Vivekananda. A biography. Advaita Ashrama, Kolkata, 2004.